
«Hai preso le medicine?», «Hai mangiato?», «Sei sicuro di riuscire ad andare da solo?».
Ci sono momenti in cui le conversazioni con i nostri genitori cominciano a cambiare, facciamo domande che prima non facevamo, ci preoccupiamo di gesti che sembravano scontati; a volte succede lentamente, altre volte tutto cambia dopo una malattia o un ricovero.
Cerchiamo di aiutarli, ma le nostre attenzioni non sempre vengono accolte come vorremmo: a volte incontrano resistenza, fastidio o un rifiuto e a volte si finisce con un litigio.
E così, mentre noi abbiamo paura che possa succedere loro qualcosa, loro possono aver paura di non poter più decidere della propria vita.
Come si rimane vicini quando il nostro bisogno di proteggerli va in contrasto con il loro bisogno di sentirsi ancora autonomi?
Collaborando nel sostegno psicologico all’interno dei servizi cardiologici domiciliari, ho osservato quanto una condizione di salute possa coinvolgere anche chi sta accanto alla persona, modificando relazioni, ruoli ed equilibri familiari.
E così persone che si vogliono profondamente bene possono iniziare a non capirsi più.
Per un genitore, diventare fragile può significare rinunciare a gesti che hanno sempre fatto parte della propria vita: guidare, uscire da solo, decidere quando e come organizzare la giornata; dover chiedere aiuto può toccare qualcosa di profondo: l’immagine di sé come persona capace di scegliere e di provvedere a se stessa.
Anche un aiuto necessario può diventare difficile da accettare, quando ricorda ogni giorno ciò che prima si riusciva a fare senza nessuno intorno.
Anche i figli, però, stanno vivendo qualcosa di nuovo.
Leggi tutto
Ma chi insegna ai figli a diventare figli di un genitore fragile?
Come si ricorda ogni giorno alla madre di bere senza finire a discutere? Come si parla con un padre che rifiuta una terapia, quando si ha paura delle conseguenze?
All’inizio si cerca di avere pazienza, poi possono arrivare la stanchezza, l’impotenza e anche la rabbia; può capitare di alzare la voce e sentirsi in colpa subito dopo, perché si sa che il genitore è in difficoltà, ma anche le proprie energie piano piano rischiano di esaurirsi.
Un figlio cerca di proteggere una persona a cui vuole bene e un genitore cerca di conservare la possibilità di decidere della propria vita e quando queste esigenze si scontrano, un gesto di cura può essere vissuto come un controllo e un rifiuto può far sentire inutile ogni tentativo di aiuto.
Comprendere ciò che accade al proprio genitore può aiutare a leggere questi momenti, ma non cancella la fatica di chi assiste, né significa dover trovare sempre le parole giuste o riuscire a gestire tutto da soli.
Nel frattempo, l’assistenza può occupare sempre più spazio: le telefonate diventano aggiornamenti sulle medicine, le visite si riempiono di cose da sbrigare o appuntamenti da organizzare.
Si parla molto di ciò che serve e sempre meno di come si sta, di ciò che piace, delle cose che prima si condividevano, in questa fase si può essere molto presenti nella vita di un genitore ma sentire comunque la mancanza del rapporto che si aveva con lui.
Per questo la cura riguarda anche lo spazio che rimane per essere ancora madre e figlia, padre e figlio, dentro una quotidianità cambiata.
Ogni famiglia, però, ha una storia.
Le incomprensioni, le distanze e i conflitti precedenti non scompaiono quando arriva il bisogno di assistenza. Certo, a volte rendono ancora più difficile esserci, e riconoscerlo permette di cercare un aiuto che tenga conto anche dei propri limiti.
Come trovare, allora, un nuovo modo di stare nella relazione?
Si può cominciare dalle scelte quotidiane: chiedere prima di intervenire, concordare quali aiuti sono necessari, lasciare al genitore le decisioni che può ancora prendere anche se a volte, però, ciò che desidera fare supera le sue possibilità del momento. Può essere difficile parlarne senza ferirlo o finire a discutere: quando possibile, cercare insieme un’alternativa permette di rispettare quel desiderio tenendo conto anche della sicurezza. Se i limiti non sono chiari, confrontarsi con i professionisti che lo seguono può aiutare a non lasciare questa valutazione soltanto ai familiari.
Per chi assiste, è altrettanto importante riconoscere quando il carico è troppo e cercare sostegno, ma non tutte le famiglie hanno qualcuno con cui dividere le responsabilità, i servizi accessibili o le risorse economiche per un aiuto a pagamento. Queste differenze pesano concretamente sulla possibilità di riposare, lavorare e avere tempo per sé e per la propria famiglia, infatti spesso la fatica della cura dipende anche dagli aiuti su cui si può davvero contare.
Essere stanchi, arrabbiati o aver bisogno di una pausa non equivale ad amare meno, così come aver bisogno di assistenza non cancella i desideri, le preferenze e la storia di una Persona.
Prendersi cura di un genitore non dovrebbe richiedere di rinunciare continuamente a sé. Riconoscere i propri limiti e dire, a volte, “oggi non riesco” può essere necessario per riuscire a esserci nel tempo.
Quando ci sono il desiderio e le energie, può fare bene condividere anche qualcosa che non riguardi la salute: un caffè, un ricordo, una conversazione, senza trasformare questi momenti in un altro compito da svolgere.
La fragilità può farci sentire la mancanza di un genitore anche mentre gli siamo accanto: la mancanza della sua sicurezza, della leggerezza con cui stavamo insieme prima o di quando non c’era bisogno di controllare che tutto andasse bene.
Non possiamo riportare tutto com’era, possiamo però cercare un modo di esserci che tenga conto di entrambi: del genitore che ha bisogno di aiuto e del figlio che ha una vita da vivere e lasciare spazio, quando accade, anche a quel momento in cui si smette di parlare di medicine, si ride per qualcosa e ci si sente, ancora, madre e figlia, padre e figlio.
Perché a volte smettiamo di provarci?

«Tanto non cambierà nulla.»
Ci sono momenti in cui smettiamo di provare, non perché non desideriamo che qualcosa cambi, ma perché iniziamo a credere che qualunque tentativo porterà allo stesso risultato. Il desiderio rimane, ma perdiamo fiducia nella possibilità di fare la differenza.
Così chiediamo meno, evitiamo situazioni nuove o lasciamo perdere un’idea prima ancora di cominciare. Da fuori può sembrare disinteresse o mancanza di volontà.
Ma che cosa è successo prima di quella rinuncia?
Una possibile chiave di lettura è l’impotenza appresa: il vivere ripetutamente situazioni nelle quali ciò che facciamo non cambia il risultato può portarci ad aspettarci che anche i tentativi successivi saranno inutili, persino quando le condizioni cambiano e una possibilità di intervenire esiste. Il concetto nasce dagli studi degli psicologi Martin Seligman e Steven Maier negli anni Sessanta, che osservarono come l’esperienza di non poter controllare eventi spiacevoli potesse ridurre i tentativi portando a sottrarsi a essi anche quando, successivamente, una possibilità esisteva. Da qui una domanda centrale: quanto ciò che abbiamo vissuto influenza quello che ci aspettiamo dai nostri tentativi futuri? Le ricerche successive hanno approfondito e rivisto questa spiegazione, mettendo in luce anche l’importanza di sperimentare che le proprie azioni possono avere un effetto.
Naturalmente, ci sono anche altre ragioni per cui possiamo smettere di provarci: a volte fermarsi è una scelta necessaria per proteggerci o dedicare le nostre energie a qualcosa di diverso; la difficoltà emerge quando diamo per scontato che tentare sia inutile, anche nelle situazioni in cui potremmo ancora cambiare qualcosa.
Leggi tutto
Può accadere a età diverse e in molti ambiti della vita: nelle relazioni, nel lavoro o di fronte a un obiettivo personale.
In una relazione può capitare di provare più volte a spiegare ciò che ci fa stare male e non sentirsi ascoltati: si cerca un altro momento, si scelgono parole diverse e si prova ancora, finché si comincia a pensare: «È inutile parlarne». Il bisogno rimane, ma diventa sempre più difficile esprimerlo, e quel silenzio può sembrare tranquillità a chi ci sta accanto, mentre dentro di noi qualcosa continua a fare male.
Può succedere anche quando una persona anziana e i suoi familiari cercano un equilibrio tra il bisogno di aiuto e il desiderio di autonomia. Chi le sta vicino può essere preoccupato per la sua sicurezza, mentre lei può faticare ad accettare alcuni cambiamenti. Se però, nelle scelte che potrebbe ancora compiere, prova ripetutamente a dire la propria senza essere ascoltata, può arrivare a pensare che esprimersi non serva: «Fate voi». Parole che possono avere significati diversi, ma che a volte raccontano la rinuncia di chi non si aspetta più di poter cambiare qualcosa.
Quante volte quella persona ha provato prima di smettere di farlo?
È una domanda che può cambiare il nostro sguardo, aiutandoci a riconoscere la storia di tentativi e delusioni che può esserci dietro un «non mi interessa».
Esistono però limiti reali e problemi che non dipendono soltanto da noi: non possiamo rendere disponibile qualcuno che continua a ignorarci, né superare ogni difficoltà aumentando lo sforzo. Tra il poter controllare tutto e il non poter fare niente esiste spesso uno spazio.. una scelta, una richiesta di aiuto, un passo ancora possibile.. che quando ci sentiamo impotenti può diventare difficile da vedere.
Come si può ricominciare?
Dire «devi reagire» o «devi credere di più in te stesso» difficilmente basta: può servire un’esperienza concreta nella quale accorgersi che ciò che facciamo produce un effetto. Può essere una scelta quotidiana che torna nelle mani della persona anziana o una richiesta di sostegno rivolta a qualcuno disposto ad ascoltare.
Riprovare può richiedere un aiuto diverso o condizioni nelle quali le proprie parole abbiano un peso.
Possiamo chiederci: «Su quale piccola parte di questa situazione posso ancora decidere io?». Oppure: «Che cosa mi servirebbe per fare un tentativo diverso da quelli precedenti?».
Quando la sensazione di impotenza ci accompagna da molto tempo, anche un singolo colloquio psicologico può essere un’occasione per parlarne senza sentirsi giudicati, comprendere ciò che stiamo vivendo e iniziare a riconoscere qualche possibilità. Non è necessario decidere subito se intraprendere un percorso: l’eventuale scelta di proseguire si valuta insieme.
Prima di chiedere a una persona di riprovarci, forse dovremmo riconoscere la fatica dei suoi tentativi precedenti, anche quando quella persona siamo noi: ricominciare può fare paura, perché significa esporsi ancora alla possibilità di rimanere delusi; si può partire da un tentativo piccolo, con un aiuto che prima mancava.
E forse il primo cambiamento sarà proprio questo: accorgerci che una nostra scelta ha avuto un peso, che un bisogno è stato ascoltato e che questa volta ciò che abbiamo fatto ha cambiato qualcosa.
Dopo tanti «è inutile», anche un piccolo «è servito» può significare molto.
Per approfondire
- Libro di Seligman — Imparare l’ottimismo: scheda sul sito Giunti.
- Articolo di Maier e Seligman — Learned Helplessness at Fifty: Insights from Neuroscience: testo completo gratuito, in inglese.